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Le sette regole per avere successo (e diventare una persona migliore)

Il primo post del 2020 lo dedico a un libro rivolto alla crescita personale che ho amato molto e che rileggo con una frequenza che ha dell’imbarazzante. Per fortuna ho una larga stima di me, altrimenti penserei d’essere dura di comprendonio. Mi giustifica il fatto che il libro in questione è ricchissimo di stimoli: ogni volta che lo leggo o lo ascolto capisco qualcosa di nuovo su di me, sugli altri e sul mondo. Quindi se lo leggerai mai non temere, spesso richiede più di una lettura.

Prima di partire, come stai? Sempre di corsa ma con parecchie aspettative per il 2020? Bene! Questo è un ottimo libro per mettere in concreto le aspettative teoriche. Pronta/o? Si va.

 Le 7 regole per avere successo

È intitolato “Le 7 regole per avere successo” ed è stato scritto da Stephen R. Covey.  Non si tratta esattamente di una novità editoriale, ma io, mea culpa, ci sono arrivata solo l’anno scorso (e per fortuna ci sono arrivata). Ricordo che dopo averlo letto la prima volta cercai il profilo di Stephen R. Covey e ci rimasi piuttosto male quando Wikipedia, con il tatto di un triceratopo mi disse che no, Stephen era morto, non me lo avevano detto?

Non so se sia stato un grande uomo, sicuramente l’idea che offre il suo libro di lui è proprio quella, di un grande uomo, consapevole e desideroso di andare sempre oltre, di crescere, di capire. Un maestro. Durante questo suo percorso di crescita non ha lasciato nessuno indietro: ha insegnato per tutta la vita, e ha scritto parecchi libri per insegnare anche a chi geograficamente era molto distante da lui (fra quelli ci sono anche io). Insomma una di quelle persone che a conoscerle non possono che farti bene.

Stephen-R.-Covey

Prima i successi privati, poi quelli pubblici

Nel libro vengono raccontate sette regole che sono il segreto del successo. Sinteticamente sono queste:

  1. Sii proattivo (love)
  2. Comincia dalla fine (love, love love)
  3. Dai precedenza alle priorità (love, love)
  4. Vinci, vinco (ci sto ancora lavorando)
  5. Prima cerca di capire, poi di farti capire (love)
  6. Sinergizza (ci sto ancora lavorando)
  7. Affila la lama (love)

I miei preferiti sono quelli con accanto “love” chiaramente. Ma servono tutti, eccome se servono tutti. Quindi c’è da lavorare!

Prima delle regole però Covey si dilunga nella premessa: non esistono successi pubblici duraturi e realmente efficaci se non hai ottenuto e mantenuto successi privati. Può sembrare un concetto banale ma non lo è. Si può sintetizzare il tutto in un semplice: se vuoi ottenere risultati duraturi non fingere di essere una bella persona ma diventalo, non fingere di ascoltare gli altri, ascoltali veramente, non fingere di avere interesse per una situazione, sviluppa realmente il tuo interesse. Tanto prima o poi ti beccano, e la pacchia è finita. Impensabile sacrificare la tua famiglia per avere successo, prima o poi ti mancherà. Impensabile sacrificare il tuo benessere fisico per essere sempre sul pezzo, prima o poi andrai fuori come un balcone. Impensabile sacrificare la tua vita sociale per i tuoi impegni di lavoro, prima o poi inizierai a parlare da solo. Trova il giusto equilibrio, trova i tuoi successi personali e poi sarai tanto forte da raggiungere i successi pubblici.

Che ne pensi fin qui?

Un po’ come quello che la mia maestra di kundalini yoga ripete spesso: in teoria chi pratica yoga dovrebbe aver già attraversato un lungo percorso di miglioramento e a quel punto essere dotato di un certo equilibrio. La disciplina è il punto di arrivo insomma. Qui invece si frequentano le lezioni di kundalini per diventare una persona equilibrata, ma spesso con scarsi successi. Questa te la devo raccontare: ieri uscendo da lezione scena da dimenticare. Mi accosto con la macchina a un signore che frequenta con me: una specie di santone tutto vestito di bianco, con tanto di turbante e tappetino in lana naturale. Imperturbabile, pensavo io. E pensavo male. Lo capisco quando qualcuno disgraziatamente suona il clacson per avvisarlo che il verde era scattato. Sette buchi neri si sono palesati accanto allo sconosciuto e il  santone ha aperto la bocca tipo boa. Ho creduto volesse ingurgitato senza masticarlo, lui, la macchina e il clacson e forse è pure successo. Io sono partita a razzo. Alla faccia del turbante bianco per isolarsi dalle energie negative.

Tornando a Covey: non stimava l’etica della personalità, quella che insegna alle persone le “tecniche” per essere percepito come gradevole dagli altri ed avere successo. Quelle tecniche che non ti modificano “dentro”, ma modificano la tua patina. Alcune ti dicono che se vuoi piacere alla gente devi sempre sorridere, anche se la persona non ti sta per niente simpatica, ma quello spazio pubblicitario lo vogliamo vendere? Ti consigliano di fingere di ascoltare e simulare empatia anche se la persona davvero non la capiamo, ma quel lavoro lo vogliamo? Ti propongono di porti come amico di tutti, perché piacere agli altri è importante, ma è davvero possibile piacere a tutti? Queste tecniche nel breve periodo possono pure dare dei risultati, ma nel lungo periodo fingere diventa difficile.

In fondo Emerson aveva proprio ragione: “Quel che tu sei mi urla così forte dentro le orecchie che non posso sentire quello che tu dici”.

Le 7 regole per avere successo

Da dentro a fuori

E allora? Allora per avere successo, per diventare una persona efficace, il cambiamento deve arrivare da dentro |I N S I D E – O U T |, da dentro a fuori. Allora sì che i successi arrivano nella sfera privata, e poi non potranno mancare nella vita pubblica.

E come faccio a cambiare da dentro? Covey consiglia di cambiare i propri paradigmi che io chiamo “punti di vista” e consiglia di definire nettamente i propri principi.

Per spiegare i paradigmi Covey fa parecchi esempi: questo che ti propongo per me è piuttosto esplicativo e mi ha aiutato parecchio nell’educazione di mia figlia.

Uno dei 54434343 figli di Covey (sì deve averne avuto molti) pare che in infanzia fosse piuttosto goffo nei giochi sportivi. Come genitori lui e la moglie erano molto preoccupati dalla situazione e facevano di tutto per aiutarlo: lo incentivavano con finti complimenti (sei bravissimo!), e lo proteggevano da chiunque lo aggredisse (sei una schiappa!). Eppure il figlio non migliorava.

Un giorno lui e la moglie giunsero a questa conclusione: noi cerchiamo di convincere nostro figlio che lui sia davvero bravo nel gioco del baseball, ma in realtà io e te non ci crediamo. Siamo sicuri che sia veramente una schiappa e per questo crediamo di doverlo proteggere. Gli diciamo verbalmente che è bravo, ma il nostro comportamento protettivo racconta un’altra storia, che lui evidentemente capisce benissimo: sono una schiappa e i miei genitori con il loro comportamento confermano la questione. Se fossi bravo mi lascerebbero fare no?

Dopo lungo ragionare Covey, racconta, giunge alla conclusione del problema: perché lui e la moglie si comportano così? Il problema è questo: se nostro figlio non riesce nel baseball, disciplina socialmente molto importante, questo non è un suo fallimento, ma un nostro fallimento. Stiamo facendo di tutto per proteggere la nostra idea di genitori perfetti (paradigma) in grado di crescere un figlio sportivo e vincente. Noi non siamo realmente preoccupati per nostro figlio, siamo preoccupati di quello che la società penserà di noi e di nostro figlio se lui non riuscirà nel gioco.

Non a caso il bambino, nonostante l’atteggimento verbale (sei bravissimo) dei genitori non migliorava. Probabilmente, dice Covey perché percepiva più forte il messaggio non verbale che gli passavamo con i nostri comportamenti esageratamente protettivi.

A voi è mai capitato? A me con mia figlia sì. Ed è stato inquietante capire che Covey aveva ragione, per cui ho cambiato paradigma e le cose sono andate nettamente meglio. Reb fino ai 5 anni aveva una grandiosa paura di quei giochi che mettono alla prova l’equilibrio. E a tutti i compleanni io le stavo dietro proponendole di provare e standole accanto quando lo faceva. Mi dava un fastidio notevole che le altre mamme pensassero che lei non potesse farcela. Quando l’ho lasciata libera di provare da sola all’inizio non le è piaciuto tanto. Alcune mamme mi invitavano ad intervenire e mi chiedevano perché avesse tanto timore. Ma il mio punto di vista era cambiato: non mi interessava che pensassero che io fossi la mamma reginetta dell’anno, ma che mia figlia acquisisse sicurezza in sé. Insomma Rebecca ce l’ha fatta e io ho capito che quando individui paradigmi, schemi, copioni sbagliati, li puoi modificare.

La storia prosegue così: Covey e la moglie cercarono di cambiare paradigma (punto di vista). Nostro figlio è in salute, fisicamente preparato e capace, non ha bisogno della nostra protezione. Quando noi smetteremo di proteggerlo si renderà conto anche lui di essere abbastanza forte per fare da solo e migliorerà nel gioco. Siamo pronti a correre questo rischio che mette in conto anche l’insuccesso, perché per noi la cosa importante non è accontentare l’aspettativa sociale, ma dare gli strumenti a nostro figlio per crescere autonomamente.

Ebbene pare che il figlio inizialmente fu poco contento di vedere che i genitori non lo “proteggevano” più. Dopo breve le cose cambiarono: capì che se i genitori non erano più così asfissianti un motivo c’era: lo ritenevano in grado di cavarsela da solo, e secondo quanto riporta Covey il figlio se la cavò alla grande, diventando uno sportivo eccezionale e prendendosi la prima vittoria della vita.

 

“Otteniamo dei risultati sulla base di ciò che facciamo, e ciò che facciamo dipende da come vediamo il mondo che ci circonda”.  Ecco cambiare il paradigma significa cambiare il modo nel quale vediamo il mondo che ci circonda. Farlo non sarà semplice, ma è piuttosto importante.

E già solo per questo insegnamento vale la pena di leggere il libro “Le 7 regole per avere successo”, ma dentro c’è molto altro. Se ti va ne parliamo nelle prossime puntate.

Credit Post

Stephen R. Covey – Le sette regole per avere successo

Cover Articolo realizzata con l’uso di Canva, che ringrazio.

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